di don Maurizio Rinaldi
Un commento all’omelia del vescovo in occasione della festa dei patroni bresciani non vale di per sé dalla approvazione o dal plauso personale o corale. L’astinenza dalla nostra verbosità potrebbe essere un inizio quaresimale opportuno. Brevi considerazioni con riferimento a paradigmi diversi forse mi possono aiutare e condurmi oltre, verso il vero, che non ho la presunzione di raggiungere e forse nemmeno la pretesa in assoluto di centrare la direzione.
La persona che parla e che ascolta, il contesto di tale annuncio non sono elementi secondari. Presente alla solenne celebrazione mi facevo solidale con il grado di esposizione di chi aveva intensamente pensato ciò che stava per dire nell’omelia; per questo argomenterò sempre a me stesso la distanza tra il sottoscritto, il contenuto dell’annuncio che il ministero chiede e le implicanze di responsabilità personali; nel contempo mi facevo solidale con una assemblea che forse non in altro modo si potrà definire se non “variegata”; inevitabili il coinvolgimento o le distrazioni rispetto ad una regia liturgica che non si poteva non notare e soprattutto non sentire. Chi parla, il contesto nel e al quale parla e la forma ed il contenuto espresso sono implicanti e, ma, rimandano ad Altro; veri sono il bisogno di empatia, una cultura della fiducia, la necessità di collaborazione, certamente; direi che tutto ciò però è comportante l’ “onestà” di una intera chiesa che in quell’assetto chiedono perdono, ascoltano la Parola e celebrano l’Eucaristia; di una città, di una diocesi che a partire da tutto questo desiderano connettersi e disporsi all’ascolto di Dio, oggi, qui. Niente altro, nessun altro. Ma qui gioca la nostra povertà di “onesta” e la ricchezza del nostro coraggio.
Il contesto nel complesso non era facilmente gestibile; tra lo schiamazzo folcloristico di simpatici e agguerriti ambulanti, i concentrati incaricati di bancarelle di lumini e immaginette, tra la fila di chi devotamente raggiungeva la “pietra di S. Onorio” venerata per la cura dell’emicrania, nel bazar della vita e della religione, in tutto ciò che a volte ha il sapore dell’eccessivo, del dissonante, a tratti spocchioso o stucchevole, lì, non altrove, mi pare sia risuonata una parola: “Dilexi te”, ti ho amato. Per il resto, per noi il percorso sarà ancora questo: “Amerai il Signore Dio Tuo… amerai il prossimo tuo… Amerai… amerai… il passo è lungo” (Cit. Vescovo alla benedizione dei fidanzati).